sommario

EDITORIALE

di Riccardo Cascioli

PRIMO PIANO

La svolta irreligiosa

Il rifiuto della trascendenza
di Stefano Fontana 

La secolarizzazione elevata a dogma
di Giampaolo Crepaldi 

Il ritorno di Dio passa per l'Incarnazione
di Luisella Scrosati

BIOETICA

Orfani in provetta
di Tommaso Scandroglio

DEMOGRAFIA

«Crescete e moltiplicatevi»: non è una minaccia
di Stefano Bimbi

SANTI

Talamoni, la carità per la salvezza delle anime
di Paola Scaglione

BUONA BATTAGLIA

San Giuseppe nell’opera della Redenzione
di Diego Manetti

MONACHESIMO

La primavera di Cîteaux
di Renato Mambretti

SANTUARI

La “Bella Madre” della Sciara
di Ermes Dovico

SPIRITUALITÀ

Arrivare vivi (e risorti) alla Pasqua
di Corrado Signori

Editoriale

Il grande equivoco

di Riccardo Cascioli

Riccardo Cascioli

«Eh, cosa vuoi, i tempi sono cambiati». Quante volte ci siamo sentiti dire questa frase – o magari l’abbiamo anche pensata – davanti a tendenze lontane dalla nostra mentalità e formazione. Come, ad esempio, le convivenze senza matrimonio o le coppie omosessuali o anche i figli in provetta. «I tempi sono cambiati»: una sorta di rassegnazione a ciò che non si condivide. Oppure: «Eh, non siamo più negli anni Cinquanta», «non siamo più nel Medioevo», e qui dalla rassegnazione si passa all’aggiornamento ostentato, non si comprende lo stesso il cambiamento ma vi si aderisce. «Non capisco, ma mi adeguo», come il tormentone lanciato dal famoso venditore di pedalò interpretato dal comico Maurizio Ferrini a Quelli della notte.
Rassegnati o adeguati, le due posizioni esprimono comunque una resa davanti all’ineluttabilità del cambiamento, l’idea che la modernità sia un progresso continuo verso nuovi stili di vita sempre migliori, sempre più aperti, sempre più liberi. Una modernità cronologica, per cui ciò che viene dopo è migliore di ciò che c’era prima: e se sentiamo che tale visione non corrisponde alla nostra natura, al nostro cuore, il problema siamo noi che non capiamo, che abbiamo una formazione sbagliata, che siamo figli di un’altra epoca. È una concezione della vita che si muove soltanto in linea orizzontale. Ed è da questa che nascono, anche tra eminenti cattolici, convinzioni su un presunto ritardo di due secoli della Chiesa nella storia.

Ma c’è un’altra possibilità: che il progresso vero avvenga in linea verticale, ovvero che si misuri in base all’avvicinamento a quel Dio per cui siamo fatti, al rispetto di quell’ordine naturale stabilito da Dio e rivelato in Cristo. Ecco allora che la modernità torna ad essere soltanto un dato storico e che certe tendenze, certi modi di pensare, possono essere giustamente considerate un male, per niente ineluttabile: tutto dipende dalla nostra libertà di adesione a ciò che è vero. Allora può essere auspicabile un nuovo Medioevo, non nelle forme ovviamente, ma nel significato. Scriveva monsignor Luigi Negri: «La civiltà medievale nasce attraverso la vita quotidiana vissuta avendo la fede come principio della conoscenza, la carità come principio dei rapporti, il rispetto della persona come norma suprema del comportamento, e la gloria da rendere a Dio come ideale della conoscenza e della vita». In questo modo si scopre anche che la Chiesa non solo non è in ritardo con la modernità, ma la precede. Come spiegava, con la sua tipica ironia, G.K. Chesterton: «Il 90% di ciò che chiamiamo nuove idee sono semplicemente vecchi errori. Uno dei principali compiti della Chiesa cattolica è far sì che la gente non commetta questi vecchi errori, in cui è facile ricadere, ripetutamente, se le persone vengono abbandonate, sole, al proprio destino». Capire bene l’equivoco della modernità e del compito della Chiesa: è quello che farete leggendo il Primo piano di questo numero della Bussola Mensile.